Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.

Poi aggiungete:
bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi
fino all'altezza dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

Janusz Korczak

(Varsavia, 22 luglio 1878 - Campo di sterminio di Trzeblinka, 6 agosto 1942)

A(p)punti

testi di Paolo Ceccato

E questa è la storia di Claudio Milani.
O, se si preferisce, il filo rosso che muove le sue storie e il suo teatro.
Perché, quello di Milani, è un teatro ex machina, una cinghia di trasmissione di idee ed emozioni, tra macchine di scena, meccanismi narrativi e recitazione.
Il teatro di Milani si richiama a quello dei cantastorie.

Claudio è attore per bambini. (I bambini sono il pubblico più esigente).

E come i bambini di una volta, il suo teatro non butta via nulla, inventa con poco.  Ama la semplicità. Ricicla tutto. Porta in scena argomenti noti, scoprendo aspetti sempre nuovi. È riutilizzare ogni cosa, trovando in essa una funzione nuova.

È fare tanto, tantissimo, con poco.

È vedere quel che noi non siamo più abituati a vedere.

E poi c’è la parola. La parola che incanta e disvela.

È arte maieutica.

Quello di Milani è il teatro del marchingegno.

Un meccanismo che mette in moto quel che è dentro di noi.

Il teatro di Claudio Milani è teatro per tutti. Da vedere.

Si ringraziano

Armando Milani – padre. Di tutto. Meccanico, trasmette al figlio la passione per gli ingranaggi. (Claudio intanto diventa perito informatico; poi Ingegneria ma non è quella la strada. Dopo un’esperienza come educatore, entra in teatro. Ecco, è quella la strada).
Armando è il creatore dei macchinari di scena. Meccanismi perfetti, rotori che trasformano il teatro in qualcosa di unico. Qualcosa che ricorda Spinoza (il filosofo, non il blog).

Piera – la mamma. Che di cognome fa Battaglia. Crescere Claudio è stata una. Il cervello (di Claudio) e il suo talento sono opera sua. A tutto il resto c’ha pensato Paolo Luppino, bravissimo fotografo (leggi sotto).

La nonna, Benvenuta, ovvero colei che ha nutrito la passione del piccolo Claudio, a pizzoccheri e polenta taragna (quella della Valtellina), e che ancora oggi, con indiscussa autorevolezza, mette “in riga” il nipote, stirandogli i costumi di scena. E per questo si merita un applauso.

Andrea Bernasconi – tecnica e musica. E socio. È colui che fa muovere ogni cosa sul palcoscenico. La sua precisione è leggenda. Se ogni viaggio inizia con un piccolo passo, per Andrea tutto inizia leggendo le istruzioni. Nelle musiche, è il ventunesimo dito (leggi sotto).

Elisabetta, zippata in Betty, Viganò – scenografa, con un grande talento per il disegno. Cura le scenografie. Tutte. E questo è, come si dice, lapalissiano. Ma ogni tanto, entra anche in scena. Cioè, inscena. Dipende dalla grafia. Scenografia.

Simona Cattaneo – organizzazione. La brava tuffatrice costruisce castelli in aria, di capriole e avvitamenti, e poi entra in acqua senza sollevare schizzi. Ecco, Simona organizza così tutta l’agenda. Cioè fa capriole e avvitamenti per arrivare in scena senza sollevare stizze. Un’arte nell’arte.

Paolo Luppino – fotografo. Si riconosce dalla cinque carpe giapponesi che porta sempre con sé, con grande gelosia del suo Bull Terrier. Che dire: se Claudio vi appare bello e patinato (pettinato, no), il merito è suo (di Paolo, non del Bull Terrier).

Emanuele Lo Porto e Debora Chiantella – musiche. Tra moglie e marito non ci mettere il dito, ma un piano(forte) va benissimo: così le dita diventano venti. Anzi, ventuno, perché un dito ce lo mette Andrea (vedi sopra). Sono gli autori di tutte le musiche, originali, a 4 mani.

Fulvio Melli – luci. Conosce il segreto per vedere al buio: accende una luce. Quella giusta. E del palco illumina quello che il racconto richiede. Dalla fiamma di una candela, fino a quella che c’è dentro un faro da 5000 W, sa scegliere la lampada migliore perché il cuore di ogni storia possa venire alla luce.

Alessandra Clerici – amministrazione. Allenatrice di conti correnti, senza rivali nelle specialità con ostacoli, ha conseguito il titolo di sorella maggiore di Claudio, per acclamazione diretta di nonna Benvenuta. Perché, se Claudio racconta, Alessandra conta e tutti contano su di lei. Infatti, se non c’è, si ferma tutto. Ecco, Alessandra.

Giulia Milani – sorella di ventura. Si narra che, una volta, fece Como-Lugano-Como- Lugano-Como in 2 ore, per recuperare un marchingegno e salvare lo spettacolo. Subito dopo la Svizzera aderì agli accordi di Schengen.

Marco Trapanese – “elettronico d’artistica intelligenza”. È un pozzo di s(ci)enza. Cioè riesce a fare tutto con niente. Trasforma lucciole in lanterne; fa crescere l’erba più verde del vicino; e crede nell’etere, su cui fa surfare i palloncini. Così.

E quindi, direttamente dalla penna di Claudio:

Gabriele Cometto è un colore. Si chiama Neroricco. Ricco perché, sembra nero, ma ha dentro anche gli altri colori, tutti. Lui, il Neroricco, sa dove sono e lavora per sottrazione, per lasciare solo l’essenziale. Sono i particolari che fanno bello l’insieme, anche quelli che non si vedono a meno che non si cambi la prospettiva. Gabriele, questo, lo sa così bene che nel suo biglietto da visita bianco e nero ha messo una linea rossa. Gli occhi attenti lo vedono sul lato, quello sottile dello spessore. Per ulteriori approfondimenti sul nero ricco cfr. il blog di Cometto: Nero ricco mi ci ficco

Paolo Ceccato gioca con le parole come si faceva a Scarabeo: ottiene il massimo con le lettere che gli vengono date. Che sia la pubblicità di un gioiello o la descrizione di un teatrante, lui prende le parole necessarie e le mette sul foglio bianco come fossero strade, riservando agli incroci le frasi più preziose. In ciò che scrive non c’è il superfluo: infatti è il primo pubblicitario pagato per tutto quello che non scrive. Ha un sito, con storie Altre: www.paoloceccato.com

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